La lunga notte del Draft

Dire che c’è hype per questo Draft sarebbe sminuire l’hype come concetto.

“Il miglior draft dal 2003″

“Migliore del draft 1984″

Draft 2013

Draft 2013

Proclami sensazionalistici certo, ma alla fine sensati. Dopo l’annata non esaltante dal punto di vista tecnico ci vuole una scossa. La regular season 2013-2014 potrebbe essere ricordata come una delle peggiori della storia della NBA. Troppe, troppe, troppe, troppe squadre in Tank Mode. Qualità della Eastern Conference a livello della UISP nostrana, Western a tirare la carretta della sopportabilità. Ci si salva ai PO con diverse giocate clamorose(qualcuno ha detto Lillard?), squadre di livello sublime(ho sentito gridare Spurs?) e , concedetemelo, ha perso il King. Prezzo del biglietto pagato.

Comunque, Philadelphia vince a mani basse la sfida tra Tankers

nuovo simbolo dei Sixers

nuovo simbolo dei Sixers

davanti ai Bucks, Jazz, Magic, Celtics(ahimè, sob!) e Lakers(caaaalma!). Gli déi del basket, però, pescano l’ennesimo coniglio dal cilindro e la prima scelta va sul Lago, sì per la terza volta in quattro anni i Cleveland Cavs sceglieranno per primi alla giostra dei baby. Poteva mancare poi, dulcis in fundus, la ciliegina sulla torta per farci chiaccherare tutta l’estate? LeBron James esce dal contratto con gli Heat, probabilmente rifirmerà con quelli di South Beach, ma lasciateci sognare e scannarci tra bandwagoners, haters e testimoni del Re.

Veniamo, dunque, alla questione finale: il Draft. Profondo come poche volte è accaduto. Qualitativamente eccelso. Pieno di colpi di scena. Già, colpi di scena: con Embiid che si rompe, Cavaliers come da tradizione inclini a incespicare sul più bello, Celtics e Lakers alla disperata ricerca di superstar(ah c’è anche Melo Anthony free agent eh…), Phoenix imbottita di scelte, Sixers che tentano in ogni modo di liberarsi di MCW, Magic in attesa del colpaccio e Bucks alla ricerca di nuovi spalatori di neve c’è di che divertirsi. Le scosse telluriche al Barkleys Center potrebbero essere forti stanotte. Intanto qualcuno si sta muovendo. I Nuggets acquisiscono Afflalo da Orlando per Evan Fourier e la pick 56. I Rockets spediscono il turco Asik a New Orleans per una prima scelta 2015 e cash, tutto nell’ottica alla caccia ai due super FA.

lasciatemi un po' di ironia dai!

lasciatemi un po’ di ironia dai!

Mentre sto scrivendo Cleveland sta sondando il mercato per delle trade down, così come i Celtics sulle tracce di Kevin Love. Gli unici che pare non ne abbiano un idea sono i Lakers, ma lì solo Otelma può capirci qualcosa.

Nel frattempo cresce l’attesa per i giocatori eleggibili. Prima Wiggins o Parker? I lunghi, merce rara, chi li chiamerà? Doug McDermott stellina di Creighton sarà una steal? Shabazz Napier fresco vincitore con Connecticut riuscirà a scaldare i cuori dei GM? Per rispondere provo a lasciarvi il mio Mock Draft delle prime dieci scelte…

  1. Cleveland: Wiggins
  2. Milwaukee: Embiid
  3. Philadelphia: Parker
  4. Magic: Exum
  5. Utah: Vonleh
  6. Celtics: Gordon. (Se i miei Verdoni dan via Rondo, esigo Smart però!)
  7. Lakers: Smart
  8. Sacramento: Harris
  9. Charlotte: McDermott
  10. Philadelphia: Staukas.
Parker(dx) e Wiggins(sx) saranno le stelle del Draft?

Parker(dx) e Wiggins(sx) saranno le stelle del Draft?

Con questo mio pronotisco vi auguro buon Draft a tutti e che il buon senso dei GM sia con voi!

SkySport 2 ore 01.30!

Nikolas Subrani  (on Twitter: @niksubra)

 

 

SUPERBOOM, SEATTLE SI AGGIUDICA IL SUPER BOWL XLVIII

Un vecchio detto del football recita così: l’attacco fa vendere biglietti, la difesa fa vincere le partite. Mai una frase ha riassunto così bene una partita così importante. Al MetLife Stadium di East Rutherford,

MetLife Stadium

MetLife Stadium

nei sobborghi di New York è andata in scena una delle vittorie più schiaccianti della storia del Superbowl. La cosa potrebbe non essere sconvolgente se non fosse che domenica scorsa si sono affrontate la miglior difesa della stagione 2013-14 e il miglior attacco della storia della National Football League, ovvero si scontravano i Seattle Seahawks della Legion of Boom allenata da Pete Carroll e i Denver Broncos del 5 volte MVP Peyton Manning e del coach John Fox.

Manning(a sx) vs Wilson

Manning(a sx) vs Wilson

Il risultato finale non lascia scampo a recriminazioni, un secco 43-8 in favore dei Seahawks, la difesa ha stravinto. La tattica adottata da Seattle è stata chiara sin dall’inizio: aggressività per non permettere a Manning di mettere in ritmo il suo formidabile attacco(record di Touchdown segnati in una stagione). Infatti già dopo 12 secondi si sbloccava il risultato grazie ad una safety(placcaggio all’interno della endzone) di Avril su Knoshown Moreno. Il tutto si è originato dall’errato snap tra Manning e il centro Manny Ramirez a causa di una “miss-comunication”. La partita, dunque, subito ha preso una direzione complicata per gli uomini in arancione di Denver.

la safety di Avril

la safety di Avril

L’attacco non è mai riuscito ad ingranare e la difesa non è riuscita a contenere la strapotenza fisica dei più atletici(e anagraficamente giovani) Seahawks. All’intervallo è dominio assoluto Seattle, 22-0. La situazione non migliora nel secondo tempo, anzi così come era iniziato il primo, si apre con una marcatura sul ritorno di 87 yards del kickoff da parte di Percy Harvin che ha raccolto il calcio piuttosto corto del kicker Matt Prater. Seattle si porta anche sul 36-0, salvo poi subire il TD di Demaryus Thomas che evita il “blow-out”(il “cappotto”). La linea offensiva, in parte responsabile delle difficoltà di Denver, non ha saputo proteggere il suo fenomenale QB e reggere l’urto della Legion of Boom capitanata dal corner back Richard Sherman(protagonista nel pre e dopo partita di un feroce trashtalk) e dal linebacker Malcom Smith. Proprio quest’ultimo nominato MVP di questo 48esimo SuperBowl effettuando un intercetto e riportando il pallone in endzone con un TD di 69 yards ha, si può dire, spezzato le reni a Denver a 3:30 dalla fine del secondo quarto. Dal 2003 un giocatore difensivo non vinceva il titolo di MVP, allora fu Dexter Jakcson dei Tampa Bay Buccaneers, mentre bisogna tornare al 2001 per trovare un linebacker MVP, proprio quel leggendario Ray Lewis che aveva trionfato 12 mesi fa con i Baltimore Ravens. Un riconoscimento molto significativo tanto più che solo 3 linebacker hanno ricevuto questo premio nella storia della NFL.

l' INT di Smith

l’ INT di Smith

Ma la squadra dello Stato di Washington non è solo difesa, l’attacco è coordinato dal rampante quarterback Russell Wilson dall’università di North Carolina State, solamente al secondo al secondo anno nella lega ma già molto solido e mentalmente pronto a gestire pressioni importanti come quella di un Superbowl. Domenica ha sempre fatto la scelta giusta, pur non mettendo insieme numeri eccezionali(18/25 e 206 yards), ha mantenuto compatto il suo attacco e facendo segnare 2 TD. Poteva perdere la concentrazione dopo un passaggio facile sbagliato per il tight end Zach Miller, ma è rimasto saldo al comando dell’attacco di Pete Carroll, colui che lo scelse al Draft 2012.
Il grande sconfitto, quindi, è l’attacco migliore della storia che non è riuscito a impensierire mai gli avversari. I ricevitori Welker, Decker, Julius e Demaryus Thomas non sono mai stati pericolosi nei pressi della red zone, le corse di Moreno e Montee Ball sono state praticamente nulle e John Fox non è mai stato in grado di trovare contromisure adatte a Sherman e soci. Le armi in più dei Broncos durante la stagione regolare e i Play Off sono state i drive temporalmente molto lunghi, in grado di far rifiatare la difesa in modo che fosse sempre fresca quando chiamata in causa, contro i Seahawks Denver ha avuto il possesso per 28:07 minuti ben quattro minuti in meno rispetto ai Seahwks.

Sherman(a sx) e Mcdonald

Sherman(a sx) e Mcdonald

Risulta evidente come Denver non è riuscita ad imporre il suo gioco e non è riuscita in alcun modo a contrastare l’attacco di Wilson. Molte erano le aspettative sui ragazzi del Colorado, ma al momento fatidico sono stati trascinati verso il baratro della sconfitta da uno dei pochi punti deboli di questa squadra: la fisicità, troppo inferiore rispetto agli avversari.
Per quanto riguarda Manning questa potrebbe essere stata una delle ultime occasioni per portare a due le dite inanellate. Alla soglia dei 38 anni e con dei problemi al collo non di poco conto, si appresta ad affrontare una offseason decisiva per il suo futuro in quanto a Marzo si sottoporrà ad un check up del collo che potrebbe mettere fine alla sua straordinaria carriera.
Il futuro in casa Seahawks, al contrario, potrebbe essere molto promettente. Se in free agency riusciranno a trattenere alcuni elementi della squadra che ha portato il primo titolo nella verde Seattle(l’unica altra apparizione dei falchi di mare era stata nella sconfitta contro Pittsburgh del 2006) potrebbe aprirsi una dinastia destinata a dominare la NFL.
In attesa dello spettacolo, che forse è un po’ mancato al MetLife Stadium, l’appuntamento è fissato per Settembre, data di inizio di una nuova ed entusiasmante stagione di pro Football.

Champs!

Champs!

Nikolas Subrani (@niksubra)

Fabulous Pop

Gregg Popovich, per chi lo conosce basta solamente il nome ad evocare il personaggio. Un uomo difficile da interpretare e comprendere. Ma vincente: 4 titoli NBA come head coach degli Spurs dal 1996 ad oggi. La Storia, con la esse maiuscola, dei San Antonio Spurs e di coach Pop ha intrapreso la direzione attuale nel 1994 quando l’allora assistente allenatore Popovich fu richiamato come GM. Sì, richiamato, perchè il nativo di East Chicago, Indiana,  aveva già contribuito alla causa della franchigia texana dall’ 88 al ’92 servendo sotto le armi di coach Larry Brown, ovvero il suo Maestro.

Popovich(a destra) con Larry Brown

Popovich(a destra) con Larry Brown

Il carattere di Popovich è stravagante e il ruolo di GM non era molto adatto a lui. Durante il suo periodo “dirigenziale” mise sotto contratto Avery Johnson(guardia, con lui nella Golden State di Don Nelson dei primi anni Novanta) e cede Dennis “The Worm” Rodman ai Chicago Bulls di Micheal Jordan in cambio di Will Perdue. Non proprio una genialata. La stagione ’96/’97 non iniziò nel migliori dei modi, con l’infortunio di “The Admiral” Robinson tutto era compromesso, così dopo un avvio con un record di 3-15 Popovich decise di licenziare coach Bob Hill e autonominarsi capo-allenatore. Le cose non migliorarono granchè, infatti gli Spurs terminarono la stagione con un desolante 17-65, l’unica nota positiva era la scelta alta al Draft.

Pop agli albori della carriera di coach

Pop agli albori della carriera di coach

La lottery poteva favorire altre franchigie(i Boston Celtics) ma la proverbiale “fortuna” degli Spurs spinse la prima scelta nel Texas. E la prima scelta al Draft 1997 fu Tim Duncan, la Storia era stata scritta. Probabilmente gran parte della NBA attuale ha radici nella notte di quel Draft, gli Spurs, invece, oltre che in quel giorno hanno radici anche nella vita di Popovich, che ha cambiato tutto nei ditorni di Alamo.
Coach Pop è un “malato” di pallacanestro, maestro di gioco, grande psicologo e “manipolatore” di uomini. Il suo rapporto è diverso da giocatore a giocatore. Ad esempio con Duncan c’è stima e rispetto, si intendono a meraviglia. Il tutto senza proferire una parola, una relazione in cui basta uno sguardo per decidersi, molto virile. Duncan si fida ciecamente del suo coach e Popovich ascolta il parere di Duncan.

Pop e Duncan

Pop e Duncan

Al contrario i giovani giocatori devono entrare nel sistema di gioco degli Spurs, senza se e senza ma. Tony Parker quando arrivò nella contea di Bexar per il suo provino, non andava molto a genio a Pop, che volle testarlo per bene riservadogli un trattamento adeguato nel 5vs5 di allenamento. Tony ne prese abbastanza, ma non disse una parola continuando a giocare e risultando il migliore in campo, stupendo lo staff.

Parker con coach Pop

Parker con coach Pop

Popovich è estremamente convinto che bisogna costruire giocatori, solo così si può raggiungere il successo. Infatti si confronta continuamente con i suoi collaboratori, in particolare il GM R.C Buford(allievo di Popovich) su quali giocatori mettere sotto contratto, quali scambiare(rare le trade in quel di San Antonio), quali pescare al Draft e come muoversi nel mercato Europeo.

Cushman

Popovich ai tempi dell’Academy

Il carisma di coach Pop è anche merito della sua carriera e percorso di formazione. Infatti frequentò la Air Force Academy dove diventò il capitano della squadra di basket delle Forze Armate, ottenendo l’accesso ai Trials per le Olimpiadi del 1972. Ottenuta la laurea, lavorò per un breve periodo alla CIA, la celebre agenzia di spionaggio statunitense, e anche se non si conoscono le sue mansioni, qualche trucchetto l’ha di sicuro appreso. In seguito ritornò in accademia per allenare, e in questo periodo conobbe Larry Brown capo allenatore a Kansas. I due cominciarono a scambiarsi opionioni diventando amici e poi collaboratori proprio a Kansas e a San Antonio quando Brown fu chiamato dai Texani.
Ma ovviamente senza un idea di pallacanestro le vittorie non sarebbero arrivate. La principale idea di Popovich è: “If you dont play D(defense), we dont play you “ . Ovvero senza un gioco duro e applicato in difesa, non giocherai mai nella mia squadra. Tutto questo senza distinzioni tra supestar e rookie. La difesa degli Spurs negli anni delle “Twin Towers” era incentrara nell’incanalare i pallaggiatori verso il centro dove avrebbero incocciato contro Robinson e Duncan. Ma dopo l’addio di The Admiral l’idea di fondo andava cambiata. La difesa attuale di S.A. prevede di spingere gli avversari verso il fondo e contenerli attraverso la rotazione precisa dei piccoli. Spesso, infatti, vediamo un quintetto composto da 4 esterni e un solo lungo. Più che per la difesa, però, i nero-argento sono conosciuti per il loro attacco spumeggiante: prestanti sotto canestro con l’inossidabile Duncan, forti da 3 con tiratori precisi e affidabili, temibili nel pick&roll con l’asse Parker-Duncan e, ciliegina sulla torta, in roster hanno un fuoriclasse come pochi ce ne sono in circolazione: Manu Ginobili. Altra massima “popoviciana” è: “you play like you practice”. Dunque inanzitutto è importante avere a disposizione un centro di allenamento adeguato, quindi per volere di Pop è nata la Spurs Training Facility(rinominata Spursello dal mitico duo Tranquillo-Buffa). Una cittadella di basket tra i serpenti a sonagli del deserto texano. 4 campi regolamentari, palestra attrezzatissima e laboratori medici per tenere sotto controllo le prestazioni dei giocatori. Un tempio dello sport dove Popovich è il padrone: spesso risponde al telefono della facility lasciando a bocca aperta tutti.

Popovich durante il training camp

Popovich durante il training camp

E da vero padre-padrone chiede e ottiene il massimo impegno da suoi uomini in allenamento permettendogli così di migliorarsi e migliorare l’alchimia di squadra. Ad esempio, Parker ha aumentato la sua pericolosità del suo tiro dalla media solo grazie a lunghe  e intense sessioni di tiro in quel di Spursello.

Ogni stagione conferma che Gregg Popovich è sicuramente uno dei migliori allenatori attuali, senza timore di confrontarsi neanche con i grandi del passato. Probabilmente la sua generazione, che comprende anche Phil Jackson(11 anelli, inarrivabile), Larry Brown e Doc Rivers, ha contribuito a mutare il gioco nelle sue idee di fondo. E’ già nella leggenda e appena smetterà di allenare sarà un candidato alla Hall of Fame, ma ciò che lo ha fatto entrare nel cuore dei tifosi di tutto il mondo è il suo modo di porsi verso il pubblico e stare in campo. Davvero unico il suo rapporto con  arbitri(ogni anno per mantenere alta la concentrazione dei suoi, si fa espellere una volta a metà stagione) e giornalisti. Sopratutto è la “dannazione” di questi ultimi, infatti non si spreca con le parole durante le interviste, rispondendo con banalità nel migliori dei casi, con monosillabi nella quasi totalità degli altri. Il suo accerrimo nemico, tra quelli che stanno dall’altra parte del microfono, è Craig Sager l’eccentrico sideline reporter di TNT.
Pop, un uomo nella leggenda.

Nikolas Subrani (@niksubra)

Lakers e Celtics: nobili decadute?

Quando si parla di franchigie che vantano nel palmarès complessivo ben 33 titoli NBA, bisogna usare i guanti di velluto. Celtics e Lakers oltre che simboli della NBA nel mondo, danno vita ad una delle rivalry più sentite negli USA alla quale hanno dato linfa vitale grandissimi giocatori. Da Bill Russel e Wilt Chamberlain a Kobe Bryant e Paul Pierce passando per Larry Bird e Magic Johnson.

History

da sx Bird e Magic, Russel e Chamberlain, Kobe in penetrazione tra due Celtics

Ma per la stagione che sta per cominciare qual è la situazione dei due dei team più amati dagli appassionati?

Lakers, in attesa del Mamba.

Due date per capire la situazione attuale. 18 Febbraio 2013, abbandona questo mondo lo storico proprietario dei gialloviola Jerry Buss. 12 Aprile 2013 Kobe Bryant si lesiona il tendine d’achille in una partita di fine stagione contro i Warriors.

l'infortunio di Kobe

l’infortunio di Kobe contro i GS Warriors

Partiamo dalla società. I Lakers non sono una squadra normale. I Lakers sono un reality, le divisioni tra i figli del compianto Buss, Jim e Jeanie,Jeanie Buss dilaniano le scelte in chiave di mercato e il progetto societario (a dir la verità nella loro storia i Lakers non hanno mai avuto un progetto sportivo in senso stretto, “alla Spurs” per intenderci). Dunque nelle calderone della free agency e delle trade ci si affida alla capacità di mediazione di Mitch Kupchak che per il possibile tenta di accontentare coach, giocatori e proprietari, ma ovviamente il risultato è tutto tranne che accettabile. Chiaro esempio di questa situazione è la questione Pau Gasol, un campione sul viale del tramonto, che è perennemente sul piede di partenza. Però appena qualcuno si fa vivo per uno scambio e le voci cominciano a girare, l’ambiente entra in fibrillazione, destabilizzando giocatori e coaching staff. Non proprio un idillio, dunque, tanto più che l’ambiente attorno alla squadra è uno dei più esigenti del panorama sportivo americano, sia per la stampa, sia per i fans. Dal punto di vista tecnico la situazione, se possibile, è addirittura peggiore di quella societaria. Il gioco di coach D’Antoni è noto. Una run & gun pura. Purtroppo, per i losangelini, Steve Nash non è più quello di un tempo, e i lunghi non sono adatti a questo tipo di gioco, infatti Kaman e Gasol sono tutt’altro che fulmini nei movimenti e dal perimetro non sono pericolosi. In più il supporting cast è giovane, ma il talento latita parecchio. Nick Young è una testa calda(addirittura scartato dai Clippers, il che è tutto un dire), su Sacre, Hill e Meeks è meglio sorvolare(possiamo prendere una grossa cantonata, ma li abbiamo visti già all’opera…), i soli “degni” della storia dei Lakers sono Jordan Farmar(di ritorno dall’Europa) e Steve Blake. Ma oltre alla scarsità di talento, è carente anche la fase difensiva. Non serve essere coach NBA per capire che, se in attacco hai delle difficoltà, devi difendere forte e non lasciare centimetri agli avversari. Ecco forse dalle parti di El Segundo non hanno ancora ben assimilato il concetto. La speranza è che entro il tip-off abbiano fatto i compiti.

Tracy McGrady commenta la prestazione dei Lakers su twitter (segnalata dal mitico @edo_gn)

Tracy McGrady commenta la prestazione dei Lakers su twitter (segnalata dal mitico @edo_gn)

E poi manca Kobe, la seconda data prima citata, ha dimezzato le capacità offensive dei lacustri. Infatti attorno a Kobe ruotava, e continuerà a ruotare, l’attacco di L.A non solo per le sue capacità di scorer ma anche per il suo carisma e la sua presenza che attira su di sè le difese avversarie. Ecco quindi che l’ambiente sembra rassegnato ad una stagione mediocre, in attesa del rientro del Mamba, per sperare che quest’ultimo sia in grado di tornare ai livelli pre-infortunio.

Celtics, alba di una nuova era.

Il GM Danny Ainge ha fatto la sua scelta. Le chiavi del Boston Garden passano a Rajon Rondo, dunque via i giocatori con contratti pesanti, senza guardare a storia o affetti. Risultato: squadra stravolta. Il capitano Pierce, The Big Ticket Garnett e T-Jet Terry hanno preso la via di Brooklyn

Garnett Pierce e Terry ai Nets

Garnett Pierce e Terry ai Nets

in cambio di Humpries, Gerald Wallace, Keith Bogans e Marshon Brooks. 3 contratti onerosi di giocatori a fine carriera in cambio di giocatori in scadenza(Humphries) o più appetibili come pedine di scambio. Inoltre c’è stato l’addio di coach Doc Rivers, accasatosi a LA sponda Clippers, rimpiazzato da Brad Stevens proveniente da Butler University dove ha mostrato indubbie qualità. Il reparto lunghi è quello più scoperto in casa Boston, ma dal draft è arrivato Kelly Olynyk, un centrone di 2.13m da Gonzaga. Ancora acerbo, ma con un futuro molto interessante. Quindi carta bianca ad un coach giovane e con tanta voglia di mettersi in gioco che deve riuscire a fare esprimere al massimo i giovani talenti come Avery Bradley e Jeff Green, sulle cui spalle ricadono molte aspettative in attesa del rientro dell’infortunato Rondo, previsto per la fine dell’anno solare. La preseason non è stata molto incoraggiante, ma ha regalato alcuni buoni spunti per la stagione regolare

coach Stevens

coach Brad Stevens

Rondo e Green

Rajon Rondo e Jeff Green

. Green quando si accende può essere davvero importante, Avery Bradley difensivamente è già un fattore e sta continuando a migliorare in fase offensiva, specie dalla lunga distanza, Gerald Wallace col suo atletismo può mettere in crisi le difese avversarie e può difendere su molte delle ali piccole della lega(compresi Durant e James) e Jordan Crawford potrebbe rivelarsi una buona pedina per la panchina. Tirando le somme questa per i Celtics è una stagione di transizione, ma non si può tankare perchè il materiale umano c’è, ma uno sguardo al draft bisogna lanciarlo perchè il 2014 sarà un anno pieno di talento come non si vedeva da anni. Nel frattempo puntare ai playoff sembra un utopia, ma lo spirito celtico è imprevedibile.

Sofferenza

Con questa parola si può riassumere ciò che aspetta i tifosi di Lakers e Celtics per il 2013/2014. Per 82 partite le due squadre dovranno sudarsi ogni punto di ogni partita in quanto sulla carta i due roster sono inferiori a tre quarti di quelli delle altre franchigie. I Lakers dovranno ingoiare il boccone amaro di vedere i cugini Clippers lottare per il titolo e probabilmente aggiudicarsi gli scontri diretti allo Staples Center. E dovranno rassegnarsi se per la prima volta da parecchio tempo non riusciranno ad acciuffare i playoff. Sulla East Coast la situazione non è granchè migliore. I rivali Bulls e Heat sono nettamente superiori, così come le due squadre della Grande Mela, Nets e Knicks, hanno qualcosa in più come qualità del roster . Sarà dura vedere giocare, e vincere, da avversari al Garden gli idoli di un tempo, Pierce e Garnett, con un’altra maglia. Ad Est la concorrenza per questa stagione sembra essere più agguerita rispetto al passato ma i ragazzi di Beantown hanno tutte le carte in regola per non sfigurare nonostante le difficoltà.

Due nobili squadre che hanno finito un ciclo vincente e ora si apprestano ad abbandonare il gotha della NBA, ma la Storia non si dimentica e, se i tifosi saranno pazienti, nel giro di qualche anno potranno tornare vincenti. Con volti nuovi, ancora più forti di un tempo, con un unico obiettivo: vincere il 34esimo titolo in 2.

Nikolas Subrani (@niksubra)

Summer NBA

Il draft ha dato i suoi responsi, è partita la free agency e i rumors sulle trade si moltiplicano. E’ iniziata ufficialmente la calda estate NBA, dove le squadre e i giocatori si rincorrono in cerca di affari.

Andiamo con ordine, e iniziamo dal draft del 28 Giugno a New York, più precisamente al Barclays Center di Brooklyn. Ancora una volta la prima scelta era dei Cavaliers(nel 2011 con la prima pick selezionarono Irving), inizialmente intenzionati a puntare sul best player available, ovvero Nerlens Noel da Kentucky, ma nelle ore più prossime alla notte fatidica le voci indicavano l’ucraino di Maryland Alex Len, invece il GM Grant e il proprietario Gilbert hanno scelto Anthony Bennet da UNLV.

il canadese Bennet

il canadese Bennet

Una scelta totalmente inaspettata alla numero 1, ma che tutto sommato potrebbe anche funzionare, in quanto Noel e Len avrebbero rivaleggiato per un posto da titolare con Varejao, mentre Oladipo avrebbe ostacolato la crescita di Dion Waiters come difensore. Proprio Oladipo è stato scelto alla 2 dagli Orlando Magic, un contesto in ricostruzione. Forse l’ala piccola da Indiana non è il giocatore più adatto alla situazione, ma un difensore come Victor può solo fare bene in Florida. Washington con la terza scelta, ha pescato Otto Porter da Georgetown, un difensore completo e pronto atleticamente, che, nella capitale piena di talenti offensivi, non faticherà a trovare spazio. Charlotte, alla 4, acquisisce i diritti di Cody Zeller(fratello di Tyler, Cleveland, e Luke, Phoenix). Infine, solo alla 5 e alla 6 sono stati scelti Alex Len e Nerlens Noel, rispettivamente da Phoenix e New Orleans(i nuovi Pelicans). Loro dovevano essere i giocatori più gettonati dalle prime scelte, invece sono “caduti” più in basso, probabilmente a causa degli infortuni seri contratti nell’ultima parte di stagione NCAA. In più, Noel

Noel preoccupato la notte del draft

Noel preoccupato la notte del draft

è stato immediatamente girato a Philadelphia, evidentemente stanca di aspettare Bynum, in cambio del playmaker Jrue Holiday. Queste dunque le prime scelte del Draft NBA(tra l’altro l’ultimo da commissioner di David Stern),ma vanno senza dubbio fatte menzioni d’onore alle probabili steals of the draft, ovvero Trey Burke e Tim Hardaway Jr. Burke, scelto alla 9 da Minnesota, è stato girato a Utah in cambio di Dieng(scelta 21) e Shabazz Muammad(scelta 14, da UCLA). In riva al lago salato Burke ha una buona squadra al suo comando e lui si è dimostrato in grado di trascinare la sua Michigan molto bene, per cui le prospettive sono ottime. Mentre Hardaway ai New York Knicks, se avrà spazio, potrà esprimere al meglio le sue qualità di tiratore e scorer.

Hardaway jr(a sinistra) e Burke

Hardaway jr(a sinistra) e Burke

A margine del draft sono stati conclusi anche altri scambi, il più significativo è stato quello tra Boston, in rebuilding, e Brooklyn, del neo-coach Jason Kidd. Jason Terry, Kevin Garnett e Paul Pierce vanno nella Grande Mela, mentre Gerald Wallace, Kris Hunphries, Marshon Brooks, Keith Bogans e Kris Joseph arrivano a Beantown. Sempre nella città dei Celtics arriva anche Kelly Olynk scelta numero 13 del draft e il nuovo allenatore Brad Stevens da Butler University.

ecco come potrebbero essere PP34 e KG

ecco come potrebbero essere PP34 e KG

Brad Stevens

Brad Stevens

Capitolo free agency. Questa calda estate è piena di nomi appetibili, molti hanno fatto le loro scelte, altri sono in attesa. Primo fra tutti, Chris Paul, la point guard dei Los Angeles Clippers ha rifirmato per cinque anni e 107 milioni di dollari. Nella scelta ha influito molto l’arrivo di Coach Doc Rivers dai Celtics come capo allenatore. Per I Clippers si rinnova l’asse Griffin-Paul e con un coach molto preparato nel gestire la fase difensiva, quest’anno sarà davvero importante. Tanto più che gli odiati cugini gialloviola stanno attraversando un periodo travagliato. La questione Dwight Howard si è protratta per diversi giorni, ma alla fine il centro ha deciso di cambiare aria e trasferirsi in Texas, a Houston, per raggiungere James Harden e Jeremy Lin.

Howard ai Rockets

Howard ai Rockets

I Lakers hanno anche usato l’amnesty clause per Metta World Peace(fu Ron Artest) per liberare spazio salariale. Sempre nella Western Conference c’è stata un’altra trade importante, che ha visto coinvolte Utah, Golden State e Denver. Perno di questo scambio è stato Andre Iguodala che, da Denver ha preso la direzione della California, località Warriors, in cambio di Randy Foye da Utah e scelte dalla stessa GS. Ai Jazz arrivano Biedrins, Richard Jefferson e Brandon Rush più scelte. I Sacramento Kings, dal canto loro invece, spediscono Tyreke Evans(Rookie of the Year 2011) a New Orleans in cambio di Greivis Vasquez.

Passiamo ora alla Eastern Conference dove New York ha rifirmato JR Smith(sesto uomo dell’anno) e Pablo Prigioni, acquisendo, inoltre, il nostro Andrea Bargnani da Toronto in cambio di Steve Novak, Marcus Camby, Quentin Richardson più scelte future.

la jersey del Mago

la jersey del Mago

Indiana prolunga con David West e nomina presidente il mitico Larry Bird(già executive of the year qualche stagione fa). Miami allunga il contratto di Andersen, Lewis e James Jones. Cleveland si è mossa anche nella free agency acquisendo I diritti di Andrew Bynum(libero dal contratto con I Sixers), anche se il centro ex Lakers potrebbe non essere disponibile causa dolori al ginocchio operato. Chicago firma con Mike Dunleavy, lasciando libero Marco Belinelli che si è accasato a San Antonio da Popovich e Duncan. Infine veniamo ai free agent più ambiti insieme ad Howard, ovvero Al Jefferson, Paul Millsap e Josh Smith. Jefferson ha preferito un contratto lungo e remunerativo alla corte di Micheal Jordan a Charlotte, mentre Millsap si è accordato per un biennale ad Atlanta. Ultimo, Josh Smith, a lungo corteggiato da varie franchigie come Celtics, Lakers e Maverick ha deciso di traferirsi a Motor City ai Pistons. Qui raggiunge non solo il neo assistente allenatore Rasheed Wallace e il “profeta in patria”, di ritorno da LA, Chauncey Billups, ma anche il Gigi Datome, ex Virtus Roma, ora accasatosi a Detroit declinando le offerte di Memphis e Boston.

Smith ai Pistons

Smith ai Pistons

Queste le trade principali di questo inizio estate. La Summer league è appena iniziata, il tip-off lontano, quindi ancora molto lavoro per I GM e molte notizie per gli appassionati!

Nikolas Subrani 

La grande festa Americana

Il SuperBowl è la vera festa americana. Certo il Thanksgiving o 4th July sono feste “rosse” sul calendario, ma La Partita ha un posto speciale nel cuore di ogni statunitense che si rispetti.354x200-super-bowl-7099

L’edizione XLVII si giocherà Domenica 3 Febbraio ore 18.30(0.30 in Italia, ESPN America e Sportitalia 2) a New Orleans(alla decima esperienza con il Superbowl) nel rinnovato SuperDome,rinominato Mercedes-Benz Superdome dopo la sponsorizzazione nel 2011 da parte del costruttore di Stoccarda.

Il SuperDome

Il SuperDome

Un impianto da 76468 posti a sedere, manto erboso sintetico e al coperto. La struttura ricostruita in buona parte nel 2006 dopo il disastro dell’ Uragano Katrina è costata complessivamente 193 milioni di dollari. Un investimento che ha reso il Superdome un complesso sportivo polifunzionale. Infatti nel 2012 si sono tenute le Final Four del basket NCAA. Ma il Superbowl può essere paragonato ad un olimpiade, così la città di New Orleans si è attrezzata e preparata per un evento speciale, che quest’anno, inoltre, è concomitanza con l’evento più caratteristico della città: il Carnevale. La “Big Easy”, questo il soprannome della capitale della Louisiana, è stata ristrutturata da cima a fondo nei suoi quartieri più caratteristici, ad esempio il famoso Distretto Francese,

il Distretto Francese

il Distretto Francese

e nelle zone più frequentate, come il Central Business District(dove sorge lo stadio). Anche l’aeroporto “Louis Armstrong” è stato rimodernato. L’amministrazione prevede nel weekend del Superbowl un affluenza di 100-150mila persone, dunque un grande sforzo logistico. L’accoglienza è stata preparata nei minimi dettagli(acquistata una nuova flotta di taxi), hotel rinnovati e sicurezza molto accurata e rigida. Lodevole l’iniziativa “walk-able Superbowl” che permette di raggiungere a piedi tutti i luoghi della finale NFL.

I media sono in trepidazione, la CBS trasmette dirette non-stop dalla Louisiana a tutte le ore del giorno presso il Waldenberg Park sulle sponde del Missisipi, in quello che è stato rinominato Verizon Superbowl Boulevard. In tutta la città si susseguono eventi organizzati dagli sponsor, da sottolineare i concerti di Justin Timberlake, Pitbull, Flo Rida, Stevie Wonder e dei Train. Ma la grande attesa per gli appassionati di spettacolo, sarà l’Half-time show: il grande concerto dell’ intervallo, sponsorizzato dalla Pepsi con fior fiore di milioni. Quest’anno salirà sul palco l’ affascinante Beyoncè,

Beyoncè pronta per il SB

Beyoncè pronta per il SB

accompagnata nella performance dall’immancabile marito Jay-Z, proporrà anche un inedito, “Nuclear”. Ma il tradizionale inno nazionale prima dell’inzio dell’incontro sarà cantato da Alicia Keys(gli organizzatori, forse, sono voluti andare sul sicuro, visto che Beyoncè durante la cerimonia di insediamento del presidente Obama aveva cantato in playback).

Ma tutto questo è solo il contorno, il vero Superbowl è quello che si gioca sul prato con la palla. La sfida fra i “pentacampioni” San Francisco 49ers e i Baltimore Ravens, allenati dai fratelli Jim e John Harbaugh, è una delle più incerte degli ultimi anni. “Quelli della baia” arrivano con il favore dei pronostici(una regular season migliore rispetto alla franchigia del Maryland) ma con qualche dubbio in più dopo i playoff. Le prestazioni contro Green Bay e Atlanta non sono state così convincenti come si credeva. La difesa è stato il punto forte dei Niners, un puntello per la squadra. Guidata dai Linebackers Aldon Smith(20 sack in stagione), Navarro Borman e Patrick Wills è stata ottima contro passaggi e corse durante tutta la regular season e anche nei PO ha fatto sentire il suo peso. L’attacco, invece, ha barcollato un po’ nella postseason. Il QB Kaepernick

Kaep

Kaepernick, 49ers

ha fatto il suo, ma quando trova una difesa che non concede tanto(troppo) come quella dei Packers(Kaep nella sfida contro GB ha corso ben 181 yds) si trova leggermente in affanno, pur avendo un discreto braccio per lanciare. Contro Atlanta la difficoltà si è vista nella prima parte di gara. Correndo così tanto Kaepernick intasa lo spazio per il Running Back Frank Gore che ha visto ridursi le play option non di poco rispetto all’era Alex Smith. Ma questa potrebbe essere usata come arma contro la solida difesa di Baltimore. Un linebacker sarà sicuramente a guardia del QB, lasciando così più sguarnita la retroguardia sulle possibili corse di Gore eventualmente utilizzate. D’altro canto SF, però, può fare affidamento su due Wide Riceiver di tutto rispetto come Micheal Crabtree e Randy Moss, coadiuvati dal Tight End Vernon Davis, tornato davvero utile nei playoff . I 49ers sono una squadra compatta, creata a sua immagine e somiglianza da Jim Harbaugh, un coach con le idee molto chiare e decise, a volte impopolari, ma vincenti. Vedremo se riuscirà a prevalere sul fratello John.

John Harbaugh non ha il favore dei pronostici, ma ha dalla sua l’esperienza del leggendario Ray Lewis,

Ray Lewis, leggenda a Baltimore

Ray Lewis, leggenda a Baltimore

veterano di mille battaglie e unico reduce della vittoria dei Ravens nel Superbowl del 2001. Nonostante l’età(37 anni suonati) il mitico Ray è riuscito ha mettere a segno ben 44 tackle nei playoff, cifra incredibile. I mezzi fisici non sono più quelli di una volta, ma per i 49ers un Ray Lewis all’ultima partita della carriera(ha annunciato il ritiro a fine stagione) è una delle cose peggiori che potessero capitare.

I Ravens del 2012 possono essere paragonati ai NY Giants versione 2011. Una RS non ecclatante, ma ai playoff sono venuti alla ribalta inaspettatamente. I NYG hanno sconfitto in finale i NE Patriots strafavoriti grazie ad un grande cuore e una grande prestazione del QB Eli Manning. E proprio il QB dei Ravens, Joe Flacco, può essere l’ago della bilancia di questo 47esimo SuperBowl. Considerato dagli esperti un eccellente giocatore, Flacco si è dimostrato inconstante nella sua carriera. Ma in questi playoff sta mostando il contrario. Al divisional round contro i favoritissimi Denver Broncos di Peyton Manning ha capovolto il match con grandissime giocate sotto pressione.

Bisogna considerare anche il fatto che il pacchetto di ricevitori di Baltimore è complessivamente migliore di quello di San Francisco. I ricevitori Boldin e Torrey Smith sono risultati decisivi contro New England nel conference round e il TE Pitta è sempre un bersaglio appettibile per i lanci di Flacco.

il pallone de "La Partita"

il pallone de “La Partita”

In conclusione, sarà un match teso, giocato sul filo del rasoio e deciso, molto probabilmente, da giocate dei singoli. Analizzando freddamente i numeri si sarebbe portati a favorire i 49ers, ma la capacità di Flacco di centrare delle big play può far pendere il pronostico dal lato dei Ravens. E poi le migliori storie hanno un lieto fine, quella di Ray Lewis può mancare l’appuntamento?

Nikolas Subrani (@niksubra)

Il giovane KG

Greenville, Carolina del Sud. Quartiere di Nickeltown, classico sobborgo nero di una cittadina di provincia del sud-est degli Stati Uniti.

Greenville, South Carolina

Greenville, South Carolina

In questo contesto nasce Kevin Maurice Garnett, nel 1976. Figlio indesiderato, da una relazione indesiderata. La madre di Kevin, Shirley Garnett tiene, infatti, nascosta l’identità del padre al figlio. Troppo vergognoso il ricordo di una relazione burrascosa per una ragazza cresciuta nell’ambiente dei Testimoni di Geova. Ambiente culturale così rigido e chiuso che Garnett festeggerà per la prima volta il Natale solo all’età di 19 anni. Si sa, nelle “borgate” a maggioranza nera si conoscono un po’ tutti, così il cugino di Kevin, Shummond, rivelò che i genitori del suo padre biologico abitavano a pochi isolati da casa sua. Catturato da questa rivelazione Kevin costrinse la madre a portarlo a conoscere i suoi nonni. Durante gli incontri che ebbe con loro il futuro KG, venne a conoscenza della storia del padre.

O’Lewis McCullough, detto “Bye Bye 45″, fu un fenomenale giocatore di pallacanestro alla Beck High School. Il suo soprannome deriva dal suo numero di maglia (45) e dal modo in cui irrideva gli avversari dopo averli sconfitti sul parquet (“Bye Bye Baby”). Purtroppo, dopo aver dominato nelle High School dello Stato, a “Bye Bye 45″ non furono offerte borse di studio da parte dei college perchè era ritenuto troppo piccolo fisicamente(era un 6’4”, circa 1.92 m) per potere reggere l’urto del College Basketball. Così si arruolò nell’esercito e iniziò a giocare nelle leghe locali semiprofessionistiche. E’ in questa fase della vita che McCullough incontra Shirley Garnett.

Kevin si infatuò subito delle gesta del padre e iniziò ad interessarsi di pallacanestro, comprò un pallone e si fece costruire un canestro in casa per poter giocare. E ogni volta che c’era la NBA in tv restava incollato allo schermo. Proprio seguendo l’NBA KG si innamorò di Magic Johnson e decise che quello era il suo modello da seguire e che un giorno avrebbe giocato a basket come professionista. All’età di 12 anni KG si trasferì con la famiglia, alla quale si era aggiunto il patrigno (tale Ernest Irby) a Mauldin, una città poco lontano da GreenVille.

Mauldin, South Carolina

Mauldin, South Carolina

Questo evento segnò profondamente Kevin. Infatti a Mauldin conobbe un gruppo di amici che passava le giornate a giocare a basket nei vari campetti della città. Garnett non si lasciò scappare l’occasione e giocando con loro diventò molto amico di Jamie “Bug” Peters, talmente amico da considerarsi fratelli. KG era uno dei più piccoli della compagnia, ma non aveva paura di confrontarsi sul piano fisico con gente più grossa e imponente di lui, la prendeva come una sfida per migliorare sempre di più. Il primo assaggio di basket serio e vero, Kevin Garnett lo ebbe al primo anno da freshman a Mauldin High School nel 1991. La sua prima stagione fu discreta dal punto di vista dei numeri: 12.5 punti, 14 rimbalzi e 7 stoppate di media. Ma la cosa che impressionò di più i suoi allenatori non furono i numeri, ma la sua attitudine al sacrificio in allenamento(dopo gli allenamenti si recava al campetto per provare le cose imparate in modo da padroneggiarle al meglio) e la sua propensione a giocare per la squadra, infatti si sentiva più gratificato da una stoppata o da un assist ben servito piuttosto che segnare un tiro difficile o battere un avversario dal palleggio. Durante l’estate successiva al primo anno , Garnett si allenò duramente da solo e quando tornò in squadra il coach a fatica riconobbe lo stesso giocatore. Negli anni successivi KG prese in mano la squadra e la trascinò. Giocava spalle a canestro, in transizione e gestiva i tempi in difesa, un vero leader. Ma per essere leader nella pallacanestro trascurò la scuola. La famiglia non era entusiasta del comportamento di Kevin e neanche il preside della Mauldin HS, tanto che gli venne offerto dell’extra-tutoraggio per migliorare i suoi voti durante l’anno da junior. Ma l’ormai stella dei Mauldin rifiutò, certo ormai del suo futuro NBA senza bisogno di passare dal college.

Nel maggio del 1994 accadde ciò che Kevin non si poteva immaginare. A scuola ci fu una violenta rissa tra due gruppi di ragazzi. Tra Bianchi e Neri. I bianchi attaccarono i ragazzi di colore, rei di aver malmenato un freshmen indifeso. E la mente di questo agguato, così dicevano le voci, era Kevin Garnett. La polizia intervenne per sedare la zuffa e Garnett fu accusato di linciaggio e arrestato. Fu liberato su cauzione. La reputazione di Mr Basketball del South Carolina(premio vinto proprio quell’anno)  fu sporcata definitivamente. La politica e i media sfruttavano l’accaduto per condannare il razzismo e condannare Garnett per il suo gesto. In questo periodo buio Kevin si rifugiò nel suo amato campetto e lavorò sodo per migliorarsi ancora e dimostrare che era diverso. Nel frattempo, però, la madre allertata dal clima che si era formato attorno al figlio, cercava una modo per allontanarlo dal South Carolina. E un modo si trovò.

Nell’estate del 1994, KG fu invitato ad un camp della Nike e conobbe Ronnie Fields, giocatore di basket alla Farragut Accademy di Chicago. Quando Ronnie venne a conoscenza della storia di Garnett gli suggerì di frequentare il suo anno da senior alla Farragut, dove c’èra un programma per la pallacanestro avanzato, adatto alle sue ambizioni. Senza pensarci troppo accettò l’offerta, e accompagnato dalla madre si trasferì  nella Città del Vento.

Il suo anno da Senior fu una cavalcata trionfale piena di successi verso il successo nel campionato statale. La strada verso la NBA era in discesa. Venne eletto Player of the Year da USA today e vinse il John Wooden Award come Most Outstanding player al McDonald’s All American game, rivaleggiando con futuri campioni del calibro di Vince Carter, Paul Pierce e Stephon Marbury. Più si avvicinava il draft NBA, però, crescevano le inquietudini per KG. Infatti nella draft class 1995 erano presenti giocatori come  Joe Smith, Antonio McDyess, Jerry Stackhouse e Rasheed Wallace, scelte molto più sicure per i GM presenti rispetto a KG. Ma il leggendario Kevin McHale, da poco diventato vicepresidente dei Minnesota Timberwolves, non aveva dubbi sul talento e le capacità di Kevin Garnett, infatti lo scelse alla chiamata numero cinque.

Una nuova stella stava nascendo, un nuovo personaggio che avrebbe spostato gli equilibri della lega professionistica di basket più famosa del mondo era comparso sul palco dei grandi campioni.

Nikolas Subrani (@niksubra)